Remix culture, le molte vite dei contenuti online – Pezzilli & Company

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Remix culture, le molte vite dei contenuti online

Esperti d’arte e non, quale di queste due opere è l’originale? Una buona percentuale indicherebbe la prima, qualche critico d’arte propenderebbe per la seconda. In realtà, la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto è più semplice di quanto si creda.  La più oculata schiera di nerd ci spiegherebbe che è impossibile rispondere a domande di cui non si conosce il senso. Bene, ma da quando interrogarsi sull’originalità di un’opera è diventato così inutilmente complesso?

Per il sociologo statunitense Lawrence Lessig è prima necessario chiedersi se sia ancora possibile parlare di originalità e autorialità in senso stretto. 

Lessig e il diritto di copia 

All’interno del suo saggio Remix. Il futuro del copyright (e delle nuove generazioni)  (ND, 2009), lo studioso Lessig si concentra su due diversi modi di recepire i prodotti culturali, uno passivo e l’altro attivo, distinguendo la cultura RO (read only) e la cultura RW (read and write). È read only la cultura del sistema mediatico tradizionale, nella quale persiste una netta separazione tra chi crea contenuti e chi li consuma, una sorta di flusso unidirezionale da un polo all’altro di questa catena produttiva.  

Al contrario, nella read/write culture c’è un interscambio continuo tra produttori e consumatori di contenuti, fino al venir meno della distinzione tra produttore e consumatore, in favore della figura del prosumer. Tale evoluzione deriva da una maggiore accessibilità ed economicità dei mezzi di produzione diventati di massa e per la massa (Castells, 2014) e dall’affermarsi di una cultura della partecipazione che incoraggia gli utenti a creare contenuti.  

Il remix va pensato come un metodo di citazione e commento; come forma di pastiche, parodia o omaggio; come mezzo per aprirci la strada attraverso il labirinto saturo dei media in cui ci troviamo, un’espressione vitale della nostra cultura viva in un tempo veloce e complesso. 

Per Lessig il “diritto di citare” [remixare] è un’espressione critica della libertà creativa che in un’ampia gamma di contesti, nessuna società libera dovrebbe limitare”.  

L’idea del genio creativo infuso dall’alto e solo su pochi scelti, viene presto superata dalla consapevolezza che la maggior parte delle opere dell’ingegno sono frutto, in realtà, di un continuo lavoro di rielaborazione, ri-creazione e remix di idee e opere già esistenti. Basti pensare a grandi classici come l’Odissea: nessuno mette più in dubbio che l’opera attribuita a Omero sia, in realtà, un re-mixaggio e una messa in buona forma di temi, situazioni e topoi narrativi tipici e fino lì tramandati dalla tradizione orale. Nei primi anni del Novecento furono soprattutto delle avanguardie artistiche ad appropriarsi di grandi successi artistico-letterari in maniera provocatoria: si pensi proprio alla famosa Monna Lisa con i baffi di Marcel Duchamp o allo stesso processo creativo di Star Wars, descritto dal regista Kirby Ferguson come una delle saghe con più campionature, rifacimenti e Remix riconoscibili derivanti da altri film: “George Lucas collected materials, he combined them, he transformed them. Without the films that precede it, there could be no Star Wars”.  Il concetto di originalità, come tradizionalmente inteso, sembra dunque perdere valore nella prospettiva di una cultura del remix: nessun’opera è da ritenersi veramente originale e tutte sono, almeno in parte, copiate da prodotti culturali già esistenti, se non già molto popolari. Per dirla alla maniera di Ferguson “Everything is a Remix”.  

Ferguson e il documentario collage 

Everything is a Remix (2010-2021) non è solo un claim, ma il titolo del mini documentario con cui Kirby Ferguson, sulle orme delle precedenti teorie introdotte da Lessig, intese spiegare il fenomeno del Remix. Il prodotto ha poi visto riedizioni successive, come quella del 2021 prodotta dallo stesso Ferguson.  

Il Remix, come pratica compositiva, viene fatto risalire alla tecnica del cut-up, l’uso di tagliare del materiale scritto già esistente per ricombinare parole e frasi in un ordine nuovo: un modus operandi che già era appartenuto al movimento Dada ma che, con l’introduzione del digitale, ha cominciato a espandersi in diversi ambiti, soprattutto in quello musicale e letterario. Ne sono un esempio le fan fiction, che utilizzano personaggi, ambienti, situazioni letterarie tipiche o proprie di una saga per delle riscritture alternative e non ufficiali; sono infatti una delle espressioni più significative della fandom culture.  Remixaggi tipici di ambienti digitali come forum e social network sono invece meme e gif, ormai entrati di diritto anche nelle strategie di comunicazione aziendali di leader e attivisti politici. Sono immagini divertenti e piccole animazioni create “a partire da” e che attingono a un immaginario pop e condiviso dagli internauti. 

 

Il ruolo dei social  

Proverbiale in questo processo è l’utilizzo e l’evoluzione di Internet che assume sempre più le sembianze di un immenso calderone dove poter riciclare – trasformare – scambiare qualsiasi tipo di materiale utile: una forma di economia circolare dove tutto inizia e si esaurisce all’interno di essa: il trionfo della cultura Read Write, della quale Lessing aveva già gettato le basi.  L’avvento del Web 2.0 vede dunque gli utenti assumere via via un ruolo sempre più attivo nell’utilizzo e nella creazione di contenuti, applicazioni e servizi. A riprova di ciò, nel 2006, il Time scelse come “Person of the Year” gli internauti, ovvero tutti coloro che avevano partecipato all’esplosione della democrazia digitale usando Internet per diffondere parole, immagini e video, contribuendo al successo di siti come YouTube e MySpace. 

In questo modo, il Web passò da uno spazio di download e di sola lettura a uno di lettura, scrittura, riscrittura e partecipazione attiva, il tutto sostenuto da reti peer to peer, dal file sharing e soprattutto dalla cultura Open Source.  I social network assumono, in quest’ottica, un ruolo di tutto rilievo nella diffusione e definizione della remix culture. Del resto, il fenomeno fa riferimento soprattutto a un immaginario collettivo: una sorta di enciclopedia condivisa che rimescola contenuti creandone sempre di nuovi.  


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